Abbiamo davvero tutto e adesso ci manca solo il lavoro

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Questo articolo è severamente vietato agli abituali frequentatori di rete che si accontentano degli slogan…..
Con molta accortezza ci stiamo avventurando in un mondo fantastico, popolato da neuroni traumatizzati da emozioni che scopriremo sempre diverse, come la paura, l’insicurezza e il desiderio insito in noi tutti di essere accettati dal prossimo.

Entrate con me, in punti di piedi, nel misterioso labirinto del subconscio umano.

Ma, la domanda è: “dove vogliamo arrivare e fino a dove vogliamo spingerci?”.

Se siete curiosi e preferite evitare di perdere il vostro tempo e sacrificare invano i vostri risparmi, mi seguirete fino alla fine.

Guardatevi prima dentro e poi intorno: vi manca qualcosa? Avete bisogno di acquistare un oggetto ad uso domestico? Avete il tempo per farlo? Intendo: per effettuare una ricerca meticolosa e dettagliata sul prezzo i costi di trasporto o quant’altro? E in quale condizione si trovano i vostri simili? Molto diversa da voi?

Adesso dopo aver risposto a queste domande provate a chiedervi: di cosa parlano oggi le persone, i media intelligenti, a parte la politica. Parlano di lavoro. Perché? Perché il lavoro è diventato il bisogno primario. Perché? Perché i molteplici segmenti del lavoro sono in via di esaurimento.

Sono richieste altre competenze rispetto a ieri, e la scuola e le stesse facoltà universitarie sono diventate obsolete visto che quello che insegnano, nel momento in cui lo insegnano, è già stato superato dalla velocità del cambiamento.

Già cambiamento e innovazione sono le due nuove parole d’ordine rese obsolete dalla “velocità” di applicazione.

Le istituzioni internazionali governative, sotto la sigla dell’OCSE, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha presentato un rapporto allarmante sulla nuova rivoluzione industriale 4.0, incentivando la formazione permanente come farmaco contro la crisi del lavoro, favorendo la crescita dei lavoratori del futuro, puntando sull’interdisciplinarietà della ricerca e sulla connessione diretta tra lavoro e formazione e soprattutto diffondendo prospettive realistiche sulle tecnologie, riconoscendone i difetti e le criticità.

Sembra che abbiano copiato dall’ultimo Plus.

Anche l’ultimo libro del sociologo De Masi si intitola “Lavorare gratis, lavorare tutti”. Che ne pensate?

Intanto che ci fate una riflessione, e prima di affrontare i sentieri del subconscio, stabiliamo dei punti fermi, e cioè: il momento in cui siamo consapevoli che il bisogno primario degli individui è il lavoro, (e noi facciamo finta di crederci, sacrificando il detto la salute innanzi tutto), dobbiamo accettare il fatto che in tutto il mondo, ma a noi interessa il nostro meraviglioso paese, spuntano e prolificano “i sacerdoti del lavoro”, anche grazie alle nuove tecnologie.

Nessuno è perfetto neanche i fenomeni provocati dall’evoluzione dell’uomo.

Nelle prossime uscite studieremo qualche caso, indagando nel loro cervello così come loro hanno indagato e spesso hanno tentato di appropriarsi del nostro, con qualche successo e qualche respingimento.

Questa notte concludo approfittando di una ricerca commissionata da Greenpeace che da tempo esorta i grandi marchi della moda ad una produzione minore, ma di maggior qualità, con benefici sia per gli acquirenti che per l’ambiente.

Ebbene si tratta di un fenomeno in crescita, nonostante la crisi, e si chiama “Shopping Compulsivo”.

Coloro che ne sono vittime vengono aggrediti da una irrefrenabile voglia di fare acquisti, riconoscendo a se stessi la consapevolezza di comprare capi alla moda più di quanti ne potranno indossare nell’arco della loro esistenza.

Se vi riconoscete tra questi individui adesso sapete di essere malati e conoscete anche il nome della malattia, potete quindi cominciare la cura che consiste nel frequentare campi di nudisti oppure essere a conoscenza del fatto che l’industria della moda è tra i settori produttivi più inquinanti al mondo per il fatto che utilizza sostanze chimiche pericolose tra cui le fibre sintetiche come il poliestere che, oltre ad emettere molta più anidride carbonica nel proprio ciclo di vita rispetto ad alcune fibre naturali, rende estremamente difficile e complicato il riciclo dei capi di abbigliamento a fine vita.

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