Lo scandalo dei CD musicali per il fitness

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pubblicato da La Palestra maggio 2017

Incontriamo Ennio Tricomi founder e Ceo di Cruisin’, l’azienda italianissima che da 25 anni, produce beni e servizi  nei settori del fitness, wellness e della danza urbana.

Con lui siamo riusciti ad uscire dal seminato e abbiamo affrontato quegli aspetti spinosi che spesso restano al guinzaglio, vuoi per non diventare individui scomodi o anche soltanto per ipocrisia.

Certo in 25 anni è cambiato il mondo!

L’importante è rendersi conto che stiamo vivendo un salto epocale, per cui il disorientamento di alcuni, non solo è concesso ma ampiamente giustificato.   

E’ successo raramente nella storia dell’uomo che nello stesso momento avvenisse un cambiamento simultaneo in diversi campi : lavoro, potere, sapere,  e di fronte a tutto questo c’è chi ne soffre per ignoranza e chi ne approfitta per viltà. 

In un mutamento così repentino, in questa inarrestabile valanga, chi ne approfitta fa danni irreparabili. –

Il nostro settore, a volte, sembra in preda all’ebetismo, con quel sorriso stampato, forzato, voluto che esprime la consapevolezza del dawnsizing e della confluenza tra incertezza ed il “secondo me”, che è una filosofia imperante in mancanza di modelli in grado di indicare la giusta via per Damasco.”

Qual è la parte più debole della catena?

Sono due ed entrambi prede e vittime di loro stessi e della reciprocità. Sono i titolari di club da una parte e gli istruttori dall’altra.

I produttori di attrezzature e di programmi hanno l’export come terra promessa che, a parte qualche becero tentativo di protezionismo, rappresenta l’unico salvagente possibile per le aziende che sapranno comprendere le esigenze di benessere di milioni di esseri umani in via di sviluppo.

Per gli altri è una guerra tra poveri e vorrei aggiungere all’ultimo sangue.

In tutti i paesi del mondo il numero delle persone  che cercano lavoro supera di gran lunga il numero dei posti disponibili. 

In Italia lo squilibrio generato dal principio della clonazione va ben oltre, e a questo, dobbiamo aggiungere il lavoro nero, quello sostenuto dalle istituzioni per i voti di scambio e quello direttamente gestito dalla criminalità organizzata che cerca sempre nuovi settori dove investire i proventi delle loro mascalzonate.

Tutto questo, più 3000 palestre oltre la media europea, sono le metastasi che generano il male incurabile.

Palestra è uguale ad impresa in tutto il mondo, tranne in Italia e tranne in qualche caso di sana gestione.

Perché non si è mai vista un’impresa gestita da collaboratori saltuari e cioè da istruttori che lavorano cinque o sei ore alla settimana e decidono il trend, la qualità, le specifiche tecniche,  i protocolli dei servizi che forniranno ai clienti, che a quel punto non sono più clienti della palestra ma degli istruttori stessi.

A parte i ricatti o le minacce, che ormai sono mangime per polli che prima o poi finiranno allo spiedo, resta il fatto che il titolare non può fare impresa in condizioni del genere e quindi si aprono delle autostrade per le consulenze commerciali e gestionali che attualmente vivono una seconda giovinezza, ma raramente  risolvono il problema, perché come dicevano i nostri nonni: il pesce puzza sempre dalla testa”.

Descrivi un labirinto senza vie d’uscita?

A parte che queste considerazioni sono le stesse da qualche anno a questa parte, è inevitabile che un progetto senza fondamenta sia destinato a fallire se non viene ripreso, pulito, risanato e ricostituito nei suoi principi di base.

Questo dovrebbe essere un resoconto a puntate per affrontare i molteplici casi.

Nel fitness, per esempio, gran parte delle fortune di alcuni filantropi del benessere, hanno avuto origine grazie ad un vero e proprio saccheggio perpetuato ai danni degli autori, compositori, editori e musicisti.

La maggior parte dei responsabili di questo scempio è di origine spagnola o sudamericana.

Hanno venduto cd per il fitness musicale e risolto, coscienza a parte,  il problema dei loro devoti discepoli, che avevano bisogno di quella musica per lavorare.

A nessuno è mai venuto in mente che quei cd da 30 euro, che gli incauti istruttori, chiamarli ricettatori mi sembra ingiusto, elargivano per acquistare i supporti che avevano appena passato la frontiera, erano merce rubata.

Conosco furfanti che si sono costruiti delle case grazie al business della musica per il fitness e che hanno conservato il loro prestigio di soloni anche dopo, continuando a rubare musica e clonando idee altrui”.

Sono accuse pesanti…..

Sono considerazioni che faccio da venticinque anni.

Credo che a parte l’endemica predisposizione a delinquere di qualcuno, l’intolleranza culturale sia il problema di fondo.

Io sono un autore e compositore musicale iscritto alla Siae da 35 anni e ho qualche idea di come difendermi.

E dove non arrivi tu ci sono le procure, nel mio caso ha provveduto il tribunale delle imprese di Torino a fare giustizia.

Da qualche anno ricevo richieste di consulenza da parte di palestre e scuole di danza che oltre al pagamento della Siae si sono imbattuti anche nelle pretese della società consortile fonografici che, in Italia, gestisce la raccolta e la distribuzione dei compensi, dovuti ad artisti e produttori discografici, per l’utilizzo in pubblico di musica registrata, come stabilito dalle direttive dell’Unione Europea e dalla legge sul diritto d’autore.

A norma dell’art. 73 L.d.A. i produttori di fonogrammi hanno diritto ad un compenso ogni qual volta vi sia una pubblica diffusione del proprio repertorio e tale è da considerarsi anche quella effettuata in circoli o asd, anche dove l’accesso ai locali sia limitato ai soli soci.

La legge si applica agli esercizi commerciali nei cui locali, durante il normale orario di apertura al pubblico, si diffondono esecuzioni musicali gratuite a mezzo di strumenti meccanici: radio, tv, lettori cd VHS e DVD, impianti stereo amplificati con più casse, filodiffusione, pc, internet, consolle playstation.

Quindi la brutta notizia è che oltre alla Siae, prima o poi, anche dopo una valorosa resistenza,  la SCF si dovrà pagare?

Ma se obbligano a pagare i produttori, allora è corretto farlo nei confronti di coloro che producono la musica che il club diffonde, quindi mi chiedo come mai nessun club, nessuna associazione, nessuna scuola di danza abbia pensato di richiedere semplicemente un atto di assoluta giustizia che si esplica con la compilazione di un borderò.

In Italia ci sono 8000 palestre e 14.000 scuole di danza = 22.000 club.

Ammesso che ciascun club paghi mediamente 300 euro,  stiamo parlando di  6milioni e 600.000 euro, per un anno.

Posso chiedere ai lor signori se sono interessati a sapere chi si mette in tasca questi quattro soldi? Visto che nessuno di loro compila un borderò ed attualmente è addirittura possibile farlo on line.

Oppure lasciamo che un altro saccheggio si compia per altri 25 anni ai danni degli autori e compositori di musica per club?

Non c’è vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare……. lo diceva Seneca!

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