Sinistra disubbidiente e contestatrice, la voce della coscienza smarrita!

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Sinistra: la voce della coscienza smarrita. Che fine ha fatto la sinistra disubbidiente e contestatrice.

Una volta mi appassionavo di politica, non voglio dire che la politica fosse una passione, ma includeva tutti i presupposti per diventarlo.

Oggi mi considero un seguace dell’anarchismo,  così come l’origine del termine sta per:  ”senza governo”. E “senza governo” non significa “senza Stato”.

John Locke, che Wikipedia battezza:”il padre del liberalismo classico e dell’empirismo moderno” e che mi sento di apostrofare come: ”garante teorico del diritto di resistenza”, considerava lo Stato come “un’associazione sorta dal comune consenso dei cittadini per la protezione dei loro diritti naturali”.

E’ dunque questa la descrizione plausibile del nostro Stato? E se questo è il nostro Stato come può permettere che un suo associato (mi riferisco al caso dell’imprenditore Bramini) possa fallire per colpa o per dolo di chi è stato deputato a proteggerlo?

E perché casi come quello di Bramini o di altri imprenditori che si sono addirittura suicidati per mancanza di protezione da parte del loro Stato, sono “sfuggiti” all’attenzione della parte politica rappresentativa della sinistra, in questi ultimi trenta anni, tanto da divenire case history di una destra populista e sovranista?

Mezzo secolo fa ho vissuto gli anni della “contestazione” come rifiuto naturale dell’accettazione. Chi accetta un sistema ha il dovere di ubbidire a quel sistema ma allora dimostrammo che era anche possibile ubbidire senza accettare, esattamente come banalmente fanno tutti, per tradizione, per paura, per abitudine, per pigrizia, perché preferiscono il computer alla strada.

La contestazione escludeva l’accettazione ma rispettava le regole, a parte qualche scontro violento con la destra di ispirazione fascista gestita da Ordine Nuovo e dal Movimento Sociale di Giorgio Almirante, oppure con i reggimenti Padova o Rovigo che lo Stato di allora inviava per sedare gli entusiasmi di una generazione in minaccioso fermento.

Allora la contestazione si  manifestava, nel suo generoso delirio, come azione critica che intendeva ridiscutere l’ordinamento costituito, il lavoro, la scuola, il classismo, le diseguaglianze, il femminismo, il welfare, il sistema sanitario e si esplicava tramite critiche, proteste, manifestazioni e profonde riflessioni collettive.

Anche allora ci furono vittime da una parte e dall’altra.

Nell’Italia di ieri gli imprenditori creavano ricchezza e benessere, in quella di oggi si suicidano per evitare di assistere al fallimento delle loro imprese.  I lavoratori muoiono oggi come morivano ieri, sui posti di lavoro che dovrebbero garantire loro la sopravvivenza.  Ma oggi le morti sul lavoro sono disperatamente aumentate, perché  gli imprenditori non hanno risorse per garantire la sicurezza dei lavoratori e per lo stress al quale tutti sono sottoposti, dalla corsa al profitto sempre più avvelenata e distorta, alla fine o al ripensamento del capitalismo.

Secondo alcune stime la strage di operai dagli inizi del 2018 ad oggi è raddoppiata rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Una strage di Stato perpetuata nel silenzio e nell’assenza di sistemi di sicurezza sul lavoro, dove, proprio chi dovrebbe proteggere, si rifiuta persino di applicare le pene.

Poveri sindacati  finiti in fondo al secchio dei rifiuti, abbandonati da una sinistra radical chic e definitivamente traditi dai conflitti d’interesse politico imprenditoriale dei media privati, intenti a commentare il matrimonio tra il principe Harry e Meghan, piuttosto che indagare sui colpevoli della morte dei lavoratori in alcuni casi sponsor dei loro programmi d’intrattenimento.

E poi assistere attoniti all’esibizionismo di una sinistra del governo del malaffare che preferisce piangersi addosso per le ferite accumulate, per i problemi irrisolti, come le diseguaglianze, il lavoro che non c’è,  l’immigrazione clandestina, la mancanza di sicurezza avvertita dal popolo, la corruzione privata e di stato, la criminalità organizzata, la tassazione omicida, la sanità pubblica del sud Italia, la disoccupazione giovanile, la povertà di più di sei milioni di connazionali, la disastrosa gestione delle banche, le nuove regole per un mercato che pretende altre risposte, la mancanza di controlli, il clientelismo imperante, la presunzione di comprendere i mali che affliggono la gente nascondendosi nei salotti romani a disquisire sulla leadership di quello o di quell’altro, come se si trattasse di un novello dittatore da repubblica delle banane.

La sinistra si è rinchiusa in un ovile rinnegando la propria identità ed il proprio passato.

Avvinti da un narcisismo contagioso da D’Alema a Renzi, tra parentesi democristiane e alleanze centriste, è prevalso il così detto disturbo della personalità che nel tempo si è convertito in egocentrismo patologico, un virus che si è manifestato indisturbato dalla morte di Enrico Berlinguer in avanti, sempre di più.

Già, la sinistra si è fermata a Padova, quell’11 giugno del 1984.

Ed allora la parola spetta allo scrittore americano Henry David Thoreau che in un saggio scritto 150 anni fa, comincia così: ”Il miglior governo e quello che governa meno” e per chiudere in bellezza “il miglior governo è quello che non governa affatto”.

L’influencer Thoreau  ha vissuto due secoli fa ed è, per gli americani, un totem della filosofia di vita del ritorno alla natura, dell’opposizione al lavoro e della disobbedienza civile.

E’ considerato un esempio di contestatore puro e genuino, così perfetto nella sua follia da influenzare personaggi come: Gandhi e Martin Luther King, gli scrittori della Beat Generation e tutto il movimento a stelle e strisce contro la guerra nel Vietnam degli anni ’60, ed oggi Thoreau ritorna, attuale più che mai, a guidare il movimento anti Trump, per la riconquista della pace nel mondo e soprattutto in terra di Palestina, dopo il delirante massacro causato dalle scelte di un demente eletto grazie alla complicità di un algoritmo.

Sui vari discepoli del filosofo americano si sono scritti fiumi di parole e sono nati movimenti di rivolta e di disubbidienza civile, di difesa dei diritti civili e sociali, nulla di più vero e sentito, nulla che non avesse chiara e fondata ispirazione di sinistra.

Proprio Gandhi, rivolgendosi ad un tribunale che doveva giudicarlo per un atto di disobbedienza civile, ha ridisegnato la via della disubbidienza civile e del moderno anarchismo: “Oso fare questa dichiarazione non certo per sottrarmi alla pena che mi dovrebbe essere inflitta, ma per mostrare che io ho disubbidito  all’ordine che mi era stato impartito, non per mancanza di rispetto alla legittima autorità, ma per ubbidire alla legge più alta del nostro essere, la voce della coscienza”.

 

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